Divina felicità – il perdono in un abbraccio – Parte 3

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Nella mia mente, un sacco di parole si accumulavano, ma restavano graffiate e soffocate nel silenzio di quell’arcobaleno. Avevo tra le braccia quello che per una donna doveva essere la gioia più grande, ma io l’avevo abbandonato al suo destino senza accorgermi della sua esistenza fino a quel momento. Mi chiesi come avevo potuto, e giunsi alla conclusione che gli uomini non avevano tutti i torti a non fidarsi di noi, avevano ragione di sentirsi ignorati e solitudeincompresi. Non eravamo stati capaci di badare al sangue del nostro sangue, come avremmo potuto pretendere di essere venerati illudendo l’umanità della nostra presenza assente? Un circuito di pensieri freddi si era innescato nelle viscere di quegli istanti, ma tutto il mio dolore era per mio figlio. Continuavo ad abbracciarlo nella speranza che ricambiasse presto, ma la mia attesa fu vana. Si separò dal mio petto con indifferenza, mentre i suoi occhi brillavano dal rancore.
– In diciassette anni ho imparato a cavarmela da solo. Ho imparato a camminare, a correre, cadere e rialzarmi. Ho imparato a curarmi le ferite, a radermi e a prepararmi il caffè. Ho imparato a leggere, ad accendere un fiammifero e a spolverare la casa. Ho imparato a difendermi, ad essere onesto e a non fare del male. Ho imparato ad amare e ad essere amato. Ho imparato a colmare il vuoto che mi hai lasciato senza sapere esattamente cosa mi mancasse. Ho imparato e lasciarmi il passato alle spalle e ad accettare la tua assenza. Ho imparato a piangere in silenzio e a sorridere senza una ragione. Ho imparato a soffrire. Ma ho anche imparato a perdonare tutti, e ora mi domando perché non dovrei perdonare proprio te. Promettimi che da oggi in poi ci sarai. E io ti prometto che imparerò qualcosa di nuovo, imparerò a chiamarti “mamma”. – Finalmente mi strinse a sé per la prima volta. La pioggia che Zeus aveva scatenato fino ad allora non avrebbe potuto reggere alcun confronto con le lacrime che versai all’udire quelle parole. Osservavo distrattamente la Tour Eiffel che si ergeva in lontananza coronata dai colori e compresi che Paride sarebbe diventato la mia gioia, che in realtà era stato lui a cambiare la mia vita e non viceversa.
– Buon compleanno, amore mio. – sussurrai al suo orecchio.
– Te ne sei ricordata? – mi interrogò sorpreso ma infinitamente felice.
– Me ne sono ricordata. – sentenziai, abbandonandomi alla dolcezza di quell’abbraccio.

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